Avviene ai fiumi ed ai venti che la natura li abbia dotati di una singolare caratteristica. Sono mutevoli e sfuggenti. Indefiniti ed incorporei. Continuamente cambiano e si trasformano. Ed il loro essere è il divenire. Non esiste in loro stasi o ricordo. Solo il perenne, continuo mutarsi delle forme. Perchè tutto possa rimanere uguale, direbbe Tomasi di Lampedusa. Perchè tutto possa limitarsi ad esistere, ci toccherà chiosare. E noi più non domandiamo che poter esistere.
Beh, l'inizio non è stato dei più entusiasmanti.
Ero un po' preoccupato prima della partenza. Più che altro dalle mie scarse capacità veliche: dopotutto ho fatto sì un corso base, ma che vuoi, non è che si siano imparati proprio tutti i trucchi per condurre felicemente in porto una barca.
Cmq mi rassicurano subito: "non ti preoccupare, ci pensiamo noi!". E ancora: "Vedrai, non ci vuole nulla per andare a vela".
E in effetti, debbo dire, per trascinarsi in giro su di un lago non è che ci voglia proprio una laurea in ingegneria aerospaziale.
Così rassicurato parto. Col vento in poppa, naturalmente.
Trenino fino a Livorno (costo approx 25.000. Il dato troverà una sua spiegazione più avanti). Arrivo a Livorno alle 23.00. In stazione, ovviamente, e dove vorresti che arrivassero i treni? Al porto?
Già, sarebbe piaciuto anche a me...
Scendo dal treno e vado al bar della stazione. Mi vendono un panino ed un biglietto del bus per il porto (1.500).
Sai com'è, la nave parte a mezzanotte...
Esco e guardo a che ora passa il primo pullman.
Passava.
L'ultimo partiva alle 22.00.
Culo!
Rientro al bar e cerco di scambiare il biglietto inutile con un pacchetto di cicche. Niente, vero? E per un pacchetto di figurine dei pokemon? Neppure? E sì che me lo avete venduto voi trenta secondi fa... è ancora buono, neppure stropicciato. Non attacca?
Vabbè, lo terrò a perenne memento della simpatia del barista medio livornese (in realtà verrà riciclato a breve per un uso ben più nobile).
Taxi, manco l'ombra. E poi forse non l'avrei preso, sono in vacanza dopotutto, no?
E allora gambe in spalla e giù verso il porto.
Sì, ma dov'è sto 'azzo di porto? Sempre diritto, mi dicono. Interpreto male, penso si tratti di andare continuamente diritto fino ad arrivare in porto.
In realtà il concetto è diverso. si tratta di andare diritto "per sempre" ed, essendo, in Italia, prima o poi ad un porto ci arrivi.
La passeggiata, per quanto lunga e sfibrante, non sarebbe neppure malaccio. Non fosse per
Ergo: niente zaino ed al suo posto un bel borsone con manici disegnati da Torquemada in persona.
Nel borsone, ovviamente, oltre allo scarno vestiario, pinne, maschera e boetta,
Peso totale del container: attorno al quintale, proprietario escluso.
E rischio pure di perdere la nave, per cui via di buon passo in una città deserta.
Sudo come non ricordo di aver visto fare.
Se non quella volta che ho visto una forma di taleggio a stagionare.
E profumo pure uguale.
Arranco, inciampo, bestemmio ed inveisco ma non mi fermo.
E arrivo al porto in perfetto orario.
La folla si apre e mi lascia passare.
Sarà mica che il mio deodorante mi ha piantato in asso?
Fatto sta che scopro che il traghetto è in ritardo di un'ora.
Torno a bestemmiare ed inveire.
Comunque il viaggio fila liscio: mi conquisto, con esperienza e gomitate, un paio di metri quadri al coperto in cui stendo il sacco a pelo.
E collasso.
(passaggio ponte lire 40.000 circa)
Arrivo di buon ora a Bastia. Che significa alle sette del mattino.
Chiedo alla simpatica portuale, che dirige il traffico dei vacanzieri vomitati dal traghetto, dove si trovi la stazione degli autobus per Macinaggio.
Il mio inglese non sarà filologicamente perfetto, ma, generalmente, si capisce.
Generalmente.
Non in Corsica dove si parla un misto tra francese, italiano, catalano, sardo ed ugrofinnico. Mi fa segno di prendere la strada verso nord. Mi accorgo troppo tardi che la bella tipina deve aver capito una bella cioppa di minchia e che sto camminando sulla "strada" per Macinaggio.
Tutto perchè "bus" in Corsica non si pronuncia "bas", ma "bùs", con l'accento sull'unica ed ultima sigla, che non si capisce come cazzo facciano, ma giuro che riescono ad accentarlo in maniera tutta propria. E devono avere l'elasticità mentale di un bancomat, per non capire che "bus", "bas" o "bùs" sono poi la stessa cosa.
Peccato che la ridente località sia ad almeno trenta chilometri da Bastia. Troppo anche per me e la mia valigia.
Torno in centro e scopro all'ufficio turistico che i pullman ci sono sì.
Eccetto
Ovviamente
"Ergo?" chiedo disperato.
"Ergo: taxi!".
Al tassista, quando dico che debbo andare a trenta km dalla città, comincia a ridere il culo. E' seduto ma me ne accorgo benissimo.
Normalmente, mi dice, fanno 300 franchi forfettari. Ma ovviamente di domenica sono 500. Rapida conversione mentale e realizzo il tentativo di involarmi una gamba e mezzo.
Ma c'è poco da protestare e pago.
E qui si dovrebbe capire il perchè della distinta dei costi: viaggio Milano-Bastia poco meno di 70 carte, trenta km in Corsica 150 carte.
Sono in Corsica da meno di mezzora e già i corsi mi stanno sul cazzo. Vorrà pur dire qualcosa, no?
Strada facendo riesco ad estorcere al nuovo re Mida della costiera un passaggio gratis di rientro a Bastia per la ragazza del mio collega che è a Macinaggio e deve tornare a prendere il traghetto. Oddiò, "gratis" proprio no: ci accordiamo per un sovrapprezzo di 100 franchi, ma è sempre meglio che un calcio nei denti.
In compenso la barca è un piccolo gioiellino:
Peccato solo che l'altezza massima sia esattamente
Niente di grave, ma è una differenza particolarmente bastarda, perchè ad occhio non è apprezzabile.
A cranio invece sì.
Battezzo praticamente tutto il sottocoperta nel corso del primo giorno.
La sera ci tocca far esorcizzare il natante.
Il secondo giorno, finalmente, si inizia a navigare.
Si esce dal porto e si issano le vele. C'è poco vento e la vela è un po' troppo magra (sembra sia passata sotto il ferro da stiro di mia nonna). Propongo di lascare il wang (o vang). Vengo guardato dai tre compagni di viaggio come se avessi proposto di stuprare la madonna di Civitavecchia.
Pare che su quella barca nessuno sapesse dell'esistenza e del significato di entità labili quali un amantiglio, un vang o un paterazzo.
Inizio a preoccuparmi.
Il mio collega, Luigi, rivolto al quarto uomo, Mauro, completamente digiuno di vela, esce con una sentenza lapidaria e che non ammette repliche: "In barca l'importante è capire da dove viene il vento" -
e fin qui, ineccepibile, direi - "io ci ho messo 3 anni per capirlo, ma se uno si applica di più ce la fa anche in un anno".
Ora, io sono un noto narcisista, ma scoprire che avevo appreso nel corso della prima lezione di vela quanto lui aveva imparato in tre anni di barca... beh, più che riempirmi di orgoglio, mi ha gettato addosso una tenue preoccupazione.
Passo il resto della giornata a cercare di spiegare che il carrello della randa ha anche altre funzioni oltre a quella, nobilissima per carità, di permettere di levare dai coglioni il boma durante le soste in porto spostandolo lateralmente rispetto al tambuccio.
Ed anche la scotta, oltre ad evitare che il boma sbatta di qua e di là quando si è alla fonda, potrebbe persino essere utile per regolare
Eh
Ormai è chiaro che sono il "miglior" velista a disposizione dell'imbarcazione.
Inquietante.
Assurgo in breve al ruolo di leader spirituale della barca: i due proprietari mi guardano sempre tra il timoroso e il devoto prima di compiere qualsiasi manovra, fosse pure lavarsi i denti prima di andare a letto.
Il quarto uomo si limita a spostarsi periodicamente dal lato sopravento a quello sottovento per cercare anche gli ultimi scampoli di raggi di sole. Un esemplare i corso di estinzione di culonesdraione.
Di buono c'è che governare una barca con 10 nodi di vento non è poi così impegnativo e l'ingresso in porto si fa solo a motore. E con il motore i due proprietari (Luigi e Giorgio) se la cavano davvero bene.
In breve si imposta la vacanza nell'unico modo concepibile: sveglia la mattina, appena prima che venga il pomeriggio, capatina in paese per il ricambio dei fluidi corporei, l'acquisto del corriere ed una birra con croissant. Lo so che l'idea possa essere disgustosa ma ci giustificavamo da noi medesimi con il pretesto che la birra fa un gran bene contro gli eritemi solari.
Il tutto, fatto con la dovuta calma che ci si aspetta da quattro italiani in ferie, prende circa due ore.
Segue uscita in barca fino alla secca più vicina, ancoraggio ed immersione del sottoscritto (in apnea) e di Giorgio (bombolato). Luigi e Mauro attendono fiduciosi dormendo sulla tolda. Il mare è quanto di meglio abbia visto. Sardegna compresa, forse solo perchè in Sardegna non ho mai potuto spingermi molto al largo. Comunque immergersi in sei metri di acqua e trovare cernie e murene... è una bella emozione.
Segue rientro in porto e aperitivo sul lungo mare.
Doccia e cena.
A cena in effetti qualcosa di notevole avveniva: Luigi e Mauro uscivano dal coma e tutti e quattro si cominciava a mangiare pesce come bocche d'altoforno.
Abbiamo lasciato eredità ai camerieri stimabili tra le sessanta e le centocinquanta carte a sera, pro capite.
Non che ci si sia fatti mancare nulla, per carità.
Insomma, per evitare di portarti via l'intera settimana con una mail sola, posso riassumere la settimana in qualcosa di simile alla vita delle oche da paté: ingozzarsi e dormire per ricominciare il ciclo.
Durante la traversata in barca per il rientro abbiamo incrociato anche delfini e balene. Splendido. Non fosse che son quasi sicuro che le balene ci guardassero con familiarità.
E così ora sono a dieta.
E lo sarò ancora per almeno due ore.
Tutti noi conviventi dovremo misurarci, prima o poi, con l’ingrato compito delle pulizie domestiche.
Intendo misurarci in due.
Perché, a fare le pulizie da soli sono capaci tutti.
Ma farle in due… questa è la vera sfida.
In casa nostra l’abitudine piuttosto che la regola, fa sì che dal cesso parta io, mentre lei attacca ai fianchi la cucina (i gusti sono gusti, eh).
Fino a che sono confinato nel cesso, di solito, tutto bene.
Mi chiudo la mia brava porticina alle spalle e inizio a darci dentro, avvolto in una familiare e rassicurante nube di profumo di limone e lavanda, aromatizzati al viakal.
Però, invariabilmente, si giunge ad un punto in cui io debbo chiederle istruzioni.
Voglio dire che, finito il bagno, mi è impossibile proseguire di testa mia.
Giuro, però, che, quando abitavo da solo, non telefonavo a nessuno per saperlo.
Non è quindi ch'io non lo sappia , è piuttosto che avviene una strana alchimia chimico ormonale in tali situazioni.
E mi vado a spiegare.
Io, quando pulisco un cesso, mi limito a... pulire un cesso.
Voglio dire: prima era sporco, poi io strofino con liquidi detergenti di varia natura e spugne più o meno abrasive, quindi il cesso è pulito.
Lineare, semplice, chirurgico.
Quasi aristotelico.
Quando lo fa Puck, no.
Lei non si limita a pulire un cesso.
Lei ingaggia una lotta per la vita con lo sporco.
Niente di semplice e lineare, la sua è una diuturna lotta tra forze elementari.
Sono il Caos e l'Ordine che si fronteggiano.
E' il demiurgo contro il brodo primordiale.
Deucalione e Pirra che ripopolano il mondo.
Ercole alle prese con le stalle di Augia.
E cavalli che si nutrano di carne umana, non sono cose da affrontarsi alla leggera.
La nostra infatti attacca subdolamente il nemico con l'artiglieria da campo di prodotti a contatto (tipo Fire&Forget, quelli che spruzzi dentro il forno e poi li lasci agire. Come un’arma batteriologica).
Quindi arrivano le schiume (che s'attaccano e si autoreggono anche sugli specchi).
Poi i detergenti a bassa viscosità.
E il tutto contornato da una pletora di spugne abrasive in acciaio, ottone e pasta diamantata, lucidi per parquet, vetril, pronto, cif, prodotti per marmo bianco, marmo nero e marmo brizzolato, lucida plastica, linda ottoni, sgrassa acciaio, seda bronzo, incatena bitumi, e chi più ne ha più ne metta.
Le specifiche, rigorosamente non scritte, ma probabilmente tramandate oralmente di madre in figlia come il segreto del priorato di Sion, debbono avere l'estensione tipica e la complessità delle storie orali.
Cioè una roba a metà tra il Mahabaratha e il complesso dell'Iliade ed Odissea.
Chiaro che noi ometti non possiamo farcela.
Ma c'è di più.
Come in ogni lotta per la vita che si rispetti, la nostra entra in trance agonistica.
Dieci minuti dopo l'inizio della guerra non esiste più altro.
Solo lei e l'avversario.
In un confronto virile, all'ultimo sangue.
E l'atmosfera subito si scalda.
La nostra esordisce con dei primi mugugni inintelleggibili (fase 1) che ho imparato ad ignorare per spirito di sopravvivenza. Arrischiatevi a chiedere "scusa, parli con me? non ho capito" e vi verrà vomitata addosso un'interminabile serie di improperi che colpirà voi, i vostri amici e tutta la vostra famiglia fino al settimo grado di parentela.
Ma è normale.
Chi si arrischierebbe a porre una domanda banale del genere a Mike Tyson durante un match per il titolo?
Insomma, mi rassegno.
E' colpa mia e stupido io a chiederle se ce l'avesse con me.
Poi il climax la porta in stati di estraniamento dal mondo.
Inizia a insultare ed inveire contro gli oggetti (il forno colpevole di non pulirsi, la gamba della sedia colpevole di non scansarsi mentre lei passa, un vetro colpevole di essere un vetro,...).
Quindi se la piglia con se stessa (terza fase), per aver lasciato la sera prima il bicchiere sul tavolo piuttosto che nel lavandino (ma andrà benone anche in caso opposto).
Quindi, il gran finale.
Nonostante io sia già diventato color della tappezzeria al principio della fase uno (è la famosa tecnica della mimetizzazione camaleontica), improvvisamente mi nota.
Sarà forse che mi sono concesso un battito di palpebre, o forse si è accorta del sollevarsi ritmato del petto mentre respiro.
Fatto sta che s’avvede del fatto che, ad esempio, sto pulendo il cesso con il Cif. In quel momento e per un motivo che non mi sono mai sognato di stare a sindacare, il Cif si rivela il prodotto meno adatto per pulire un cesso.
Nessun uomo arriverà mai a capirlo, ma dall'espressione di lei, ho l'impressione di stringere in mano non un banale flacone in polietilene pieno di tensioattivi vari, ma mi sento nudo, col cazzo in mano, alla cena di gala della CEI.
Guardo lei, gli occhi iniettati di sangue e un rivolo di bava ad un angolo della bocca, e capisco che non posso che disfarmi al più presto di quel dannato contenitore.
A volte faccio addirittura il gesto di berne un pochino, come a dire "giuro, non volevo pulirci la tazza, è che m'era venuto un attimo di sete".
Ma non c'è tregua.
Ormai è un fiume in piena.
Incazzata come un orso in ritardo per la risalita dei salmoni, comincia a smadonnare e scintillare.
Già, perchè in quei momenti piccole scariche elettriche scoccano dalla punta delle sue dita per scaricarsi tutto intorno a lei.
Io mi appiattisco in un angolo.
Mi sforzo di non respirare.
A volte tento anche il vecchio trucco di cadere sulla schiena in preda a convulsioni.
Alla peggio, fingo anche il rigor mortis.
In una situazione del genere, voi che vi sareste limitati a pulire il vostro cazzo di cesso, ricavandone, al massimo, la piccola ma radiosa soddisfazione di pisciare in una tazza profumata, che fareste?
Vi assicuro che, a scanso di equivoci, è molto meglio fingersi deficienti e limitarsi a chiedere "cara, ora cosa vuoi che faccia?"
(che poi lei possa incazzarsi comunque e rinfacciarvi il fatto che non sappiate neppure pulire un cesso senza indicazioni, beh, è una certezza più che un rischio. Ma almeno avrete scampato l'immediata garrotta).
E allora, la possibilità di portare fuori la spazzatura vi sembrerà dolce come la prima boccata d'aria dopo una lunga apnea.
In quelle situazioni, lo confesso, sarei disposto a portare fuori i fondi del caffé granello per granello...
Settimana di passione, infine.
Un simpatico ed evitabilissimo convegno "interno" in Grecia.
Una settimana lavorativa tra barracuda, vipere, tarantole e ausiliari del traffico.
Mancano giusto Pacciani, Bilancia e il mostro di Rostov. Per il resto l'ambientino è decisamente dei più ameni.
Mi sto abituando anche alle mutande di ghisa, che segnano sì un poco in vita, ma almeno preservano l'onorabilità e fanno bene all'autostima.
Il paesaggio, in compenso, è da perdere il lume della ragione.
Un piccolo golfo, riparato a sud come a nord da dolci e materne colline che paiono avvicinarsi all'acqua con cautela. Quasi a saggiarne la temperatura primaverile.
Lo specchio d'acqua è quieto, quasi immoto.
Solo a tratti la scia d'una barca di pescatori fa vibrare e contorcere il riflesso della luna. Ma è solo un attimo. Poi lei torna a stendersi sull'acqua come una lucente, pacata, mano protettiva.
Poco distante dalla riva, quel che di giorno era una massiccia fortezza veneziana, è ora solo la sagoma di se stessa. Un angolo di notte di un nero un poco più scuro. Ritmicamente la lanterna del porto nè arrossa il contorno, troppo flebile per riuscire a definirla, troppo delicata per poterla destare.
E il piccolo borgo, qui sotto, pare sonnecchiare. Case antiche, ammonticchiatre l'una sulle altre come scatole gettate in un angolo alla rinfusa, scogli geometrici sulla riva del mare.
V'è in tutto ciò la quiete tranquilla della donna che si sa bella. Che non ha di che affannarsi. Le basta lasciarsi scoprire allo sguardo e la sua malia troverà la strrada del cuore.
E' perfetto.
Troppo.
E non mi basta.
Vorrei essere altrove, questa notte.
Ci siamo.
Il cucciolo ci prova.
A dire il vero sono mesi che esercita laringe e corde vocali. Prime prove di solfeggio.
E primi approssimativi risultati.
Un po' come uno studente di sassofono alle prime armi (non so se vi sia mai capitata la sventura, ma i primi versi che escono da un sassofono vergine ricordano vagamente il richiamo dell'alce nella stagione dell'amore. Sarà per questo che in Svezia e Canada non è semplice trovare un bravo sassofonista?), dicevamo che, un poco come lo studente, anche Leonardo ha già prodotto i primi, disarticolati suoni.
Che poi l'orecchio e, soprattutto, il cuore di babbo e mamma tentassero di umanizzare e riempire di sottesi significati gli informi vagiti è altra cosa.
Il fatto è che, da poco tempo in qua, il nostro tenta palesemente di produrre fonemi in occasioni particolari.
Sottolinea, ad esempio, l'arrivo in tavola della pappa (ci avrei giurato che avrebbe iniziato da lì!).
Ma il fatto è che, per mantenere la pace e l'armonia domestica, è assolutamente necessario che Leonardo pronunci per prima un'unica semplice parola: "mamma"!.
Dopo di essa, in rapida successione, potrà cimentarsi anche con "supercalifragilistichespiralidoso" o con "batracomiomachia".
Ma solo rigorosamente ed unicamente DOPO aver detto "mamma"!
E l'infame, invece, ha iniziato a pronunciare versetti (satanici) tipo "pah", oppure "bah".
Non sappiamo se volesse dire "pappa" o, piuttosto (e dio ce ne scampi) "babbo".
Ma il fatto che abbia iniziato ad allenarsi con le labiali è tanto incontrovertibile quanto angosciante.
Speriamo che metta in fretta giudizio e comprenda l'importanza epocale di presentarsi al mondo con un sonoro e squillante "mamma".
Altrimenti segnali premonitori avvisano che probabilmente il nostro dovrà imparare anche a farsi da mangiare da solo....