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domenica, 10 agosto 2008

Beh, l'inizio non è stato dei più entusiasmanti.
Ero un po' preoccupato prima della partenza. Più che altro dalle mie scarse capacità veliche: dopotutto ho fatto sì un corso base, ma che vuoi, non è che si siano imparati proprio tutti i trucchi per condurre felicemente in porto una barca.
Cmq mi rassicurano subito: "non ti preoccupare, ci pensiamo noi!". E ancora: "Vedrai, non ci vuole nulla per andare a vela".
E in effetti, debbo dire, per trascinarsi in giro su di un lago non è che ci voglia proprio una laurea in ingegneria aerospaziale.
Così rassicurato parto. Col vento in poppa, naturalmente.
Trenino fino a Livorno (costo approx 25.000. Il dato troverà una sua spiegazione più avanti). Arrivo a Livorno alle 23.00. In stazione, ovviamente, e dove vorresti che arrivassero i treni? Al porto?

Già, sarebbe piaciuto anche a me...
Scendo dal treno e vado al bar della stazione. Mi vendono un panino ed un biglietto del bus per il porto (1.500).
Sai com'è, la nave parte a mezzanotte...
Esco e guardo a che ora passa il primo pullman.
Passava.
L'ultimo partiva alle 22.00.
Culo!
Rientro al bar e cerco di scambiare il biglietto inutile con un pacchetto di cicche. Niente, vero? E per un pacchetto di figurine dei pokemon? Neppure? E sì che me lo avete venduto voi trenta secondi fa... è ancora buono, neppure stropicciato. Non attacca?
Vabbè, lo terrò a perenne memento della simpatia del barista medio livornese (in realtà verrà riciclato a breve per un uso ben più nobile).
Taxi, manco l'ombra. E poi forse non l'avrei preso, sono in vacanza dopotutto, no?
E allora gambe in spalla e giù verso il porto.
Sì, ma dov'è sto 'azzo di porto? Sempre diritto, mi dicono. Interpreto male, penso si tratti di andare continuamente diritto fino ad arrivare in porto.
In realtà il concetto è diverso. si tratta di andare diritto "per sempre" ed, essendo, in Italia, prima o poi ad un porto ci arrivi.
La passeggiata, per quanto lunga e sfibrante, non sarebbe neppure malaccio. Non fosse per la borsa. Eh già, in barca niente valigie rigide (con pregiatissime rotelle), ma anche il mio zaino ha il basto rigido.
Ergo: niente zaino ed al suo posto un bel borsone con manici disegnati da Torquemada in persona.
Nel borsone, ovviamente, oltre allo scarno vestiario, pinne, maschera e boetta, 1,5 litri di acqua (per la traversata in traghetto) e, dulcis in fundo, una bottiglia di Porto Vintage per le serata in barca.
Peso totale del container: attorno al quintale, proprietario escluso.
E rischio pure di perdere la nave, per cui via di buon passo in una città deserta.
Sudo come non ricordo di aver visto fare.

Se non quella volta che ho visto una forma di taleggio a stagionare.

E profumo pure uguale.
Arranco, inciampo, bestemmio ed inveisco ma non mi fermo.
E arrivo al porto in perfetto orario.
La folla si apre e mi lascia passare.
Sarà mica che il mio deodorante mi ha piantato in asso?
Fatto sta che scopro che il traghetto è in ritardo di un'ora.

Torno a bestemmiare ed inveire.
Comunque il viaggio fila liscio: mi conquisto, con esperienza e gomitate, un paio di metri quadri al coperto in cui stendo il sacco a pelo.

E collasso.
(passaggio ponte lire 40.000 circa)
Arrivo di buon ora a Bastia. Che significa alle sette del mattino.
Chiedo alla simpatica portuale, che dirige il traffico dei vacanzieri vomitati dal traghetto, dove si trovi la stazione degli autobus per Macinaggio.

Il mio inglese non sarà filologicamente perfetto, ma, generalmente, si capisce.
Generalmente.
Non in Corsica dove si parla un misto tra francese, italiano, catalano, sardo ed ugrofinnico. Mi fa segno di prendere la strada verso nord. Mi accorgo troppo tardi che la bella tipina deve aver capito una bella cioppa di minchia e che sto camminando sulla "strada" per Macinaggio.

Tutto  perchè "bus" in Corsica non si pronuncia "bas", ma "bùs", con l'accento sull'unica ed ultima sigla, che non si capisce come cazzo facciano, ma giuro che riescono ad accentarlo in maniera tutta propria. E devono avere l'elasticità mentale di un bancomat, per non capire che "bus", "bas" o "bùs" sono poi la stessa cosa.
Peccato che la ridente località sia ad almeno trenta chilometri da Bastia. Troppo  anche per me e la mia valigia.
Torno in centro e scopro all'ufficio turistico che i pullman ci sono sì.
Eccetto la domenica.
Ovviamente
è domenica.
"Ergo?" chiedo disperato.
"Ergo: taxi!".
Al tassista, quando dico che debbo andare a trenta km dalla città, comincia a ridere il culo. E' seduto ma me ne accorgo benissimo.
Normalmente, mi dice, fanno 300 franchi forfettari. Ma ovviamente di domenica sono 500. Rapida conversione mentale e realizzo il tentativo di involarmi una gamba e mezzo.
Ma c'è poco da protestare e pago.
E qui si dovrebbe capire il perchè della distinta dei costi: viaggio Milano-Bastia poco meno di 70 carte, trenta km in Corsica 150 carte.
Sono in Corsica da meno di mezzora e già i corsi mi stanno sul cazzo. Vorrà pur dire qualcosa, no?
Strada facendo riesco ad estorcere al nuovo re Mida della costiera un passaggio gratis di rientro a Bastia per la ragazza del mio collega che è a Macinaggio e deve tornare a prendere il traghetto. Oddiò, "gratis" proprio no: ci accordiamo per un sovrapprezzo di 100 franchi, ma è sempre meglio che un calcio nei denti.
In compenso la barca è un piccolo gioiellino: 9,85 metri di grazia e snellezza.

Peccato solo che l'altezza massima sia esattamente 3 cm meno della mia statura.

Niente di grave, ma è una differenza particolarmente bastarda, perchè ad occhio non è apprezzabile.
A cranio invece sì.
Battezzo praticamente tutto il sottocoperta nel corso del primo giorno.
La sera ci tocca far esorcizzare il natante.
Il secondo giorno, finalmente, si inizia a navigare.
Si esce dal porto e si issano le vele. C'è poco vento e la vela è un po' troppo magra (sembra sia passata sotto il ferro da stiro di mia nonna). Propongo di lascare il wang (o vang). Vengo guardato dai tre compagni di viaggio come se avessi proposto di stuprare la madonna di Civitavecchia.

Pare che su quella barca nessuno sapesse dell'esistenza e del significato di entità labili quali un amantiglio, un vang o un paterazzo.
Inizio a preoccuparmi.
Il mio collega, Luigi, rivolto al quarto uomo, Mauro, completamente digiuno di vela, esce con una sentenza lapidaria e che non ammette repliche: "In barca l'importante è capire da dove viene il vento" -
e fin qui, ineccepibile, direi - "io ci ho messo 3 anni per capirlo, ma se uno si applica di più ce la fa anche in un anno".
Ora, io sono un noto narcisista, ma scoprire che avevo appreso nel corso della prima lezione di vela quanto lui aveva imparato in tre anni di barca... beh, più che riempirmi di orgoglio, mi ha gettato addosso una tenue preoccupazione.
Passo il resto della giornata a cercare di spiegare che il carrello della randa ha anche altre funzioni oltre a quella, nobilissima per carità, di permettere di levare dai coglioni il boma durante le soste in porto spostandolo lateralmente rispetto al tambuccio.
Ed anche la scotta, oltre ad evitare che il boma sbatta di qua e di là quando si è alla fonda, potrebbe persino essere utile per regolare la vela.
Eh
sì, perchè normalmente si issano randa e fiocco e li si mollano lì per tutta la navigazione, limitandosi a far passare il fiocco durante le virate.
Ormai è chiaro che sono il "miglior" velista a disposizione dell'imbarcazione.
Inquietante.
Assurgo in breve al ruolo di leader spirituale della barca: i due proprietari mi guardano sempre tra il timoroso e il devoto prima di compiere qualsiasi manovra, fosse pure lavarsi i denti prima di andare a letto.
Il quarto uomo si limita a spostarsi periodicamente dal lato sopravento a quello sottovento per cercare anche gli ultimi scampoli di raggi di sole. Un esemplare i corso di estinzione di culonesdraione.
Di buono c'è che governare una barca con 10 nodi di vento non è poi così impegnativo e l'ingresso in porto si fa solo a motore. E con il motore i due proprietari (Luigi e Giorgio) se la cavano davvero bene.
In breve si imposta la vacanza nell'unico modo concepibile: sveglia la mattina, appena prima che venga il pomeriggio, capatina in paese per il ricambio dei fluidi corporei, l'acquisto del corriere ed una birra con croissant. Lo so che l'idea possa essere disgustosa ma ci giustificavamo da noi medesimi con il pretesto che la birra fa un gran bene contro gli eritemi solari.
Il tutto, fatto con la dovuta calma che ci si aspetta da quattro italiani in ferie, prende circa due ore.
Segue uscita in barca fino alla secca più vicina, ancoraggio ed immersione del sottoscritto (in apnea) e di Giorgio (bombolato). Luigi e Mauro attendono fiduciosi dormendo sulla tolda. Il mare è quanto di meglio abbia visto. Sardegna compresa, forse solo perchè in Sardegna non ho mai potuto spingermi molto al largo. Comunque immergersi in sei metri di acqua e trovare cernie e murene... è una bella emozione.
Segue rientro in porto e aperitivo sul lungo mare.

Doccia e cena.
A cena in effetti qualcosa di notevole avveniva: Luigi e Mauro uscivano dal coma e tutti e quattro si cominciava a mangiare pesce come bocche d'altoforno.
Abbiamo lasciato eredità ai camerieri stimabili tra le sessanta e le centocinquanta carte a sera, pro capite.
Non che ci si sia fatti mancare nulla, per carità.
Insomma, per evitare di portarti via l'intera settimana con una mail sola, posso riassumere la settimana in qualcosa di simile alla vita delle oche da paté: ingozzarsi e dormire per ricominciare il ciclo.
Durante la traversata in barca per il rientro abbiamo incrociato anche delfini e balene. Splendido. Non fosse che son quasi sicuro che le balene ci guardassero con familiarità.
E così ora sono a dieta.
E lo sarò ancora per almeno due ore.

postato da: tivano alle ore 23:28 | link | commenti (4)
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giovedì, 31 maggio 2007

Facendo pulizia

Tutti noi conviventi dovremo misurarci, prima o poi, con l’ingrato compito delle pulizie domestiche.

Intendo misurarci in due.

Perché, a fare le pulizie da soli sono capaci tutti.

Ma farle in due… questa è la vera sfida.

In casa nostra l’abitudine piuttosto che la regola, fa sì che dal cesso parta io, mentre lei attacca ai fianchi la cucina (i gusti sono gusti, eh).

Fino a che sono confinato nel cesso, di solito, tutto bene.

Mi chiudo la mia brava porticina alle spalle e inizio a darci dentro, avvolto in una familiare e rassicurante nube di profumo di limone e lavanda, aromatizzati al viakal.

Però, invariabilmente, si giunge ad un punto in cui io debbo chiederle istruzioni.

Voglio dire che, finito il bagno, mi è impossibile proseguire di testa mia.
Giuro, però, che, quando abitavo da solo, non telefonavo a nessuno per saperlo.
Non è quindi ch'io non lo sappia , è piuttosto che avviene una strana alchimia chimico ormonale in tali situazioni.
E mi vado a spiegare.
Io, quando pulisco un cesso, mi limito a... pulire un cesso.
Voglio dire: prima era sporco, poi io strofino con liquidi detergenti di varia natura e spugne più o meno abrasive, quindi il cesso è pulito.
Lineare, semplice, chirurgico.

Quasi aristotelico.
Quando lo fa Puck, no.

Lei non si limita a pulire un cesso.
Lei ingaggia una lotta per la vita con lo sporco.
Niente di semplice e lineare, la sua è una diuturna lotta tra forze elementari.
Sono il Caos e l'Ordine che si fronteggiano.
E' il demiurgo contro il brodo primordiale.
Deucalione e Pirra che ripopolano il mondo.

Ercole alle prese con le stalle di Augia.
E cavalli che si nutrano di carne umana, non sono cose da affrontarsi alla leggera.
La nostra infatti attacca subdolamente il nemico con l'artiglieria da campo di prodotti a contatto (tipo Fire&Forget, quelli che spruzzi dentro il forno e poi li lasci agire. Come un’arma batteriologica).
Quindi arrivano le schiume (che s'attaccano e si autoreggono anche sugli specchi).
Poi i detergenti a bassa viscosità.
E il tutto contornato da una pletora di spugne abrasive in acciaio, ottone e pasta diamantata, lucidi per parquet, vetril, pronto, cif, prodotti per marmo bianco, marmo nero e marmo brizzolato, lucida plastica, linda ottoni, sgrassa acciaio, seda bronzo, incatena bitumi, e chi più ne ha più ne metta.
Le specifiche, rigorosamente non scritte, ma probabilmente tramandate oralmente di madre in figlia come il segreto del priorato di Sion, debbono avere l'estensione tipica e la complessità delle storie orali.
Cioè una roba a metà tra il Mahabaratha e il complesso dell'Iliade ed Odissea.
Chiaro che noi ometti non possiamo farcela.
Ma c'è di più.
Come in ogni lotta per la vita che si rispetti, la nostra entra in trance agonistica.
Dieci minuti dopo l'inizio della guerra non esiste più altro.
Solo lei e l'avversario.
In un confronto virile, all'ultimo sangue.
E l'atmosfera subito si scalda.
La nostra esordisce con dei primi mugugni inintelleggibili (fase 1) che ho imparato ad ignorare per spirito di sopravvivenza. Arrischiatevi a chiedere "scusa, parli con me? non ho capito" e vi verrà vomitata addosso un'interminabile serie di improperi che colpirà voi, i vostri amici e tutta la vostra famiglia fino al settimo grado di parentela.
Ma è normale.
Chi si arrischierebbe a porre una domanda banale del genere a Mike Tyson durante un match per il titolo?
Insomma, mi rassegno.
E' colpa mia e stupido io a chiederle se ce l'avesse con me.
Poi il climax la porta in stati di estraniamento dal mondo.
Inizia a insultare ed inveire contro gli oggetti (il forno colpevole di non pulirsi, la gamba della sedia colpevole di non scansarsi mentre lei passa, un vetro colpevole di essere un vetro,...).
Quindi se la piglia con se stessa (terza fase), per aver lasciato la sera prima il bicchiere sul tavolo piuttosto che nel lavandino (ma andrà benone anche in caso opposto).
Quindi, il gran finale.
Nonostante io sia già diventato color della tappezzeria al principio della fase uno (è la famosa tecnica della mimetizzazione camaleontica), improvvisamente mi nota.

Sarà forse che mi sono concesso un battito di palpebre, o forse si è accorta del sollevarsi ritmato del petto mentre respiro.
Fatto sta che s’avvede del fatto che, ad esempio, sto pulendo il cesso con il Cif. In quel momento e per un motivo che non mi sono mai sognato di stare a sindacare, il Cif si rivela il prodotto meno adatto per pulire un cesso.
Nessun uomo arriverà mai a capirlo, ma dall'espressione di lei, ho l'impressione di stringere in mano non un banale flacone in polietilene pieno di tensioattivi vari, ma mi sento nudo, col cazzo in mano, alla cena di gala della CEI.
Guardo lei, gli occhi iniettati di sangue e un rivolo di bava ad un angolo della bocca, e capisco che non posso che disfarmi al più presto di quel dannato contenitore.
A volte faccio addirittura il gesto di berne un pochino, come a dire "giuro, non volevo pulirci la tazza, è che m'era venuto un attimo di sete".
Ma non c'è tregua.
Ormai è un fiume in piena.
Incazzata come un orso in ritardo per la risalita dei salmoni, comincia a smadonnare e scintillare.
Già, perchè in quei momenti piccole scariche elettriche scoccano dalla punta delle sue dita per scaricarsi tutto intorno a lei.
Io mi appiattisco in un angolo.
Mi sforzo di non respirare.
A volte tento anche il vecchio trucco di cadere sulla schiena in preda a convulsioni.
Alla peggio, fingo anche il rigor mortis.

In una situazione del genere, voi che vi sareste limitati a pulire il vostro cazzo di cesso, ricavandone, al massimo, la piccola ma radiosa soddisfazione di pisciare in una tazza profumata, che fareste?
Vi assicuro che, a scanso di equivoci, è molto meglio fingersi deficienti e limitarsi a chiedere "cara, ora cosa vuoi che faccia?"
(che poi lei possa incazzarsi comunque e rinfacciarvi il fatto che non sappiate neppure pulire un cesso senza indicazioni, beh, è una certezza più che un rischio. Ma almeno avrete scampato l'immediata garrotta).
E allora, la possibilità di portare fuori la spazzatura vi sembrerà dolce come la prima boccata d'aria dopo una lunga apnea.
In quelle situazioni, lo confesso, sarei disposto a portare fuori i fondi del caffé granello per granello...

postato da: tivano alle ore 09:04 | link | commenti (8)
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martedì, 22 maggio 2007

Arcadia

Settimana di passione, infine.

Un simpatico ed evitabilissimo convegno "interno" in Grecia.

Una settimana lavorativa tra barracuda, vipere, tarantole e ausiliari del traffico.

Mancano giusto Pacciani, Bilancia e il mostro di Rostov. Per il resto l'ambientino è decisamente dei più ameni.

Mi sto abituando anche alle mutande di ghisa, che segnano sì un poco in vita, ma almeno preservano l'onorabilità e fanno bene all'autostima.

Il paesaggio, in compenso, è da perdere il lume della ragione.

Un piccolo golfo, riparato a sud come a nord da dolci e materne colline che paiono avvicinarsi all'acqua con cautela. Quasi a saggiarne la temperatura primaverile.

Lo specchio d'acqua è quieto, quasi immoto.

Solo a tratti la scia d'una barca di pescatori fa vibrare e contorcere il riflesso della luna. Ma è solo un attimo. Poi lei torna a stendersi sull'acqua come una lucente, pacata, mano protettiva.

Poco distante dalla riva, quel che di giorno era una massiccia fortezza veneziana, è ora solo la sagoma di se stessa. Un angolo di notte di un nero un poco più scuro. Ritmicamente la lanterna del porto nè arrossa il contorno, troppo flebile per riuscire a definirla, troppo delicata per poterla destare.

E il piccolo borgo, qui sotto, pare sonnecchiare. Case antiche, ammonticchiatre l'una sulle altre come scatole gettate in un angolo alla rinfusa, scogli geometrici sulla riva del mare.

V'è in tutto ciò la quiete tranquilla della donna che si sa bella. Che non ha di che affannarsi. Le basta lasciarsi scoprire allo sguardo e la sua malia troverà la strrada del cuore.

E' perfetto. 

Troppo.

E non mi basta.

Vorrei essere altrove, questa notte.

 

postato da: tivano alle ore 21:48 | link | commenti (5)
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mercoledì, 09 maggio 2007

Lalliamo!

Ci siamo.

Il cucciolo ci prova.

A dire il vero sono mesi che esercita laringe e corde vocali. Prime prove di solfeggio.

E primi approssimativi risultati.

Un po' come uno studente di sassofono alle prime armi (non so se vi sia mai capitata la sventura, ma i primi versi che escono da un sassofono vergine ricordano vagamente il richiamo dell'alce nella stagione dell'amore. Sarà per questo che in Svezia e Canada non è semplice trovare un bravo sassofonista?), dicevamo che, un poco come lo studente, anche Leonardo ha già prodotto i primi, disarticolati suoni.

Che poi l'orecchio e, soprattutto, il cuore di babbo e mamma tentassero di umanizzare e riempire di sottesi significati gli informi vagiti è altra cosa.

Il fatto è che, da poco tempo in qua, il nostro tenta palesemente di produrre fonemi in occasioni particolari.

Sottolinea, ad esempio, l'arrivo in tavola della pappa (ci avrei giurato che avrebbe iniziato da lì!).

Ma il fatto è che, per mantenere la pace e l'armonia domestica, è assolutamente necessario che Leonardo pronunci per prima un'unica semplice parola: "mamma"!.

Dopo di essa, in rapida successione, potrà cimentarsi anche con "supercalifragilistichespiralidoso" o con "batracomiomachia".

Ma solo rigorosamente ed unicamente DOPO aver detto "mamma"!

E l'infame, invece, ha iniziato a pronunciare versetti (satanici) tipo "pah", oppure "bah".

Non sappiamo se volesse dire "pappa" o, piuttosto (e dio ce ne scampi) "babbo".

Ma il fatto che abbia iniziato ad allenarsi con le labiali è tanto incontrovertibile quanto angosciante.

Speriamo che metta in fretta giudizio e comprenda l'importanza epocale di presentarsi al mondo con un sonoro e squillante "mamma".

Altrimenti segnali premonitori avvisano che probabilmente il nostro dovrà imparare anche a farsi da mangiare da solo....

postato da: tivano alle ore 15:54 | link | commenti (7)
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martedì, 08 maggio 2007

30 giorni all'alba...

...e forse ce la facciamo.
Puck ha appena portato il cucciolo di pachiderma alla visita di controllo per l'ancasbilenca.
Abbiamo atteso questo momento con una notevole trepidazione.
Ed anche se abbiamo cercato di dissimularlo, specie tra di noi, la speranza che le cose migliorassero e si risolvessero era ben radicata nel nostro cuore.
Anzi, personalmente, fin dal giorno in cui ricevemmo l'infausta notizia, ho sempre avuto la ferma convinzione che tutto si sarebbe risolto per il meglio (l'ortopedica non era esattamente dello stesso avviso, visto che, all'epoca, fu più che conservativa e parlò perfino di operazione chirurgica perchè, pare, la situazione era particolarmente grave).
Fatto sta che ieri abbiamo ritirato la lastra di controllo e, al mio occhio assolutamente inesperto, pareva che l'acetabolo avesse ora un aspetto un poco più.... acetabolare!
Dall'ultima indagine, sembrava che qualcosa, in effetti fosse cambiato.
Quel pezzettino d'osso che dovrebbe avvolgere da sopra la testa del femore sembrava finalmente delinearsi sul fondo buio della lastra.
Poca roba.
Qualche millimetro di carbonato di calcio, forse.
Non era granchè, ma per noi genitori in prova era già un grande passo.
Di pochi minuti fa la conferma di Puck: la donna del monte ha detto sì!
L'acetabolo cresce velocemente (sarà lì che finiscono tutte le badilate di pollocavalloconigliomanzostruzzo che quotidianamente l'idrovora ingurgita?) e presto sarà definitivamente a posto.
Ancora 30 maledettissimi giorni e potremo disincaprettarlo.
giusto in tempo per partire per le ferie con un cucciolo d'uomo sgambettante.
A noi, verdi flutti... io e Leonardo siamo pronti!
E se non è gioia questa... beh, allora io non so cosa sia....
postato da: tivano alle ore 10:12 | link | commenti (10)
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lunedì, 30 aprile 2007

Svezzamento secondo me

Leonardo sta imparando piano piano a stare seduto (e considerato che sta contemporaneamente imparando a stare seduto e a fare la spaccata, direi che non è male!).
Ora approffitta della sua nuova condizione di Homo Semierectus per dar libero sfogo alle mani.
Il mondo ormai, si divide per lui in due macrocategorie.
Ciò che ha dimensione e peso tali da poter essere portato alla bocca (e insalivato a morte) e ciò che ha dimensione e peso tali da dover portare la bocca ad esso (sempre per insalivarlo a morte).
Il discrimine tra le due categorie ontologiche è ancora dubbio.
Capita che tenti di sollevare il tavolo, trovandosi schiantato con le gengive sul piano.
Ma la cosa non lo turba più di tanto.
Un po' come fanno i gattini quando sbagliano una misura e ruzzolano dalle scale, anche lui si ferma un attimo a leccarsi una mano, con l'aria di chi stava esattamente cercando di leccarsi una mano.
Poi, inesorabile riprende a ricoprire di bava qualsiasi superficie a portata di sputacchio.
Ora non son più certo di avere a che fare con un cucciolo d'uomo o con un esemplare fuori taglia di aracnide.
In compenso comincia a mostrare insane e pericolose attrazioni per strumenti elettronici di vario aspetto, ma accomunati dalla caratteristica di essere delicati e costosi. Dai telefoni, ai telecomandi, ai navigatori satellitari (prima categoria ontologica) ai televisori, ai dvd player, alla lavastoviglie (chiaramente seconda categoria ontologica).
Ma non disdegna di leccare oggetti assolutamente improponibili e superfici singolari (compresa la carta assorbente, unico fiero avversario della sua iperproduzione parotidale).
In compenso, ora che il nuovo pediatra ha sancito che - testuali parole - "ormai quel bambino può mangiare di tutto" l'atmosfera con Veronica è mutata.
Finalmente anch'io posso dire la mia in materia di alimentazione.
Io ad esempio propongo di fargli assaggiare un pezzetto di prosciutto crudo.
Lei obietta che il prosciutto crudo non va bene perchè salato (orrore!) e non cotto (quindi potenziale veicolo di agenti patogeni quali virus, batteri, miceti, protozoi e metazoi).
Provo con il formaggio.
Ma il formaggio non è pastorizzato.
Mi illumino: "il parmigiano viene prodotto con latte cotto!" urlo vincitore.
"Scordatelo" è la laconica risposta "è pieno di sale".
"E se provassimo a dargli una costina ben cotta?" piagnucolo speranzoso
"Sei pazzo? Non do ossa ai miei cani, per paura che si procurino perforazioni intestinali con le schegge!".
"Già, ma quelle sono le ossa del pollo" obietto intimidito "e poi Leonardo ancora non ha denti, al massimo potrebbe leccarle fino a consunzione!"
Nulla da fare.
Allora tento con un pezzetto di pane.
Lei obietta che il pane è uno delle cose più pericolose in assoluto (con buona pace della Valsella e delle sue mine antiuomo).
Pezzettini smerdolenti di crosta (smerdolenti dopo ciuciatura di almeno mezzora) potrebbero separarsi dal corpo principale, e, come iceberg d'amido alla deriva, andare a schiantarsi tra il velopendulo e il palato molle. Li darebbero luogo a reazione di polimerizzazione a catena, fino ad ostruire progressivamente laringe e faringe (Temo anche omaso ed abomaso, ma ormai non ho più il coraggio di replicare).
Comincio a sospettare che il fatto che gli esseri umani abbiano potuto evitare l'estinzione nelle ere in cui una madre al figlio poteva al massimo proporre un pezzo di facocero crudo premasticato, sia un'indiscutibile prova dell'esistenza di Dio e della sua benevolenza verso la nostra specie.
Mi chiedo però se non fosse stato più semplice creare, insieme alla donna, anche uno sterilizzatore a vapore e un frullatore.
Certo che se la donna, a suo tempo, ci costò una costola, per uno sterilizzatore a modo, difficilmente ce la saremmo cavata con meno di una rotula.
E così Leonardo prosegue con pappine a base di pastina neonatale, carota bollita e omogeneizzato di similpollo.
Unica concessione alla riformista teoria del pediatra è l'aggiunta di qualche formaggino di capra (di latte crudo, ma a Veronica non ditelo, ve ne prego!).
Alle mie lamentele (del resto sempre più flebili) mi si fa notare che il pediatra ha detto sì che Leonardo può mangiare di tutto.
Ma ha aggiunto anche di usare il buon senso (maledetta discrezionalità legislativa!) e di evitare, ad esempio, l'impepata di cozze.
A parte il fatto che l'impepata di cozze con il latte e biscotti manderebbe in crisi anche il mio sistema digerente, vorrei far notare che tra l'impepata di cui sopra e un pezzetto di pane c'è la stessa differenza che corre tra la maratona di new york e due passi nel parco dopo cena.
Ma ormai è tardi.
E la pastina di Leonardo, corre il rischio di freddarsi.
E, si sa, la pappa fredda può causare congestioni fulminanti, tendenza alla gastrite cronica, dispaneuria, alitosi, abigeato (!) e sindromi schizofreniche.
Perciò fai "ahh..." piccino, che arriva un carico di similpollo e virtualformaggio....
postato da: tivano alle ore 13:11 | link | commenti (3)
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E pappa sia...

Ecco… lo so che siete curiosi.
Confessate di attendere con ansia notizie delle vicende defecatorie del nostro piccolo eroe…
Come dite?
Non ve ne frega un cazzo?
Vi fa anche un po’ schifo?
Difficile darvi torto.
Ma in considerazione del fatto che i posti in cui io la possa far da padrone, e gli spazi privati non fanno eccezione, sono più rari delle uova con due tuorli, sfrutterò questo mio diario per fissare alcuni momenti topici degli esordi del piccolo Leonardo.
Ma, ahimè, considerata la ancora scarsa propensione del piccolo alla conferenza ed al comizio, purtroppo temo che lo sterco s’affaccerà di tanto in tanto tra queste righe (un po’ come, di tanto in tanto, tende ad affacciarsi da qualche orifizio della sua tutina).
Dicevamo che il piccolo cresce bene.
A dire il vero anche l’aggettivo “piccolo” lo uso ormai con parca moderazione.
Più che altro perché non vorrei mai che puck facesse confusione.
Ordunque, dicevamo, il “medio” cresce bene (boia che schifo di termine… oscilla tra l’evocazione di un dito, utile forse per pratiche onanistiche, e la personificazione del qualunquismo).
Insomma… sia quel che sia, ma il nostro mangia come un camionista.
Bulimico.
Il camionista.
Ve ne sarete accorti dai ripetuti accenni alla curva di crescita dell’infante (si tranquillizzi jaro, anche se mi stavano per sfuggire, non citerò alcun percentile di crescita…), infante che ormai ha grossomodo le dimensioni di un cucciolo d’uomo di un anno.
Anche se ha appena festeggiato i 5 mesi.
Ma, evidentemente, nessuno lo ha avvisato e lui continua a fare come cazzo gli pare.
Il lato positivo della vicenda è presto detto: non esiste pianto disperato e inconsolabile che non possa essere sedato da un biberon di latte.
Voglio dire… Leonardo può incominciare a piangere per qualsivoglia motivo, dalla gengivina infiammata per la voglia di dar vita ad un piccolo monolite d’avorio alla frattura multipla scomposta, ma sempre e comunque il pianto è soggetto alla superiore e universale legge del pasto: se c’è da mangiare, facciamo una pausa, ciucciamo e poi, casomai, ne riparliamo.
Serafico come un monaco zen e ineludibile come una cartella esattoriale.
E sabato si è infine giunti al momento dello svezzamento.
Per la prima volta il nostro ha dovuto confrontarsi con alimenti semisolidi. Ha abbandonato la tranquilla certezza del latte e si è avventurato alla scoperta di… di… oddio, mi sono incartato!
Il problema è questo: come definireste una poltiglia amorfa composta da acqua di cottura di patate, zucchine e carote, miscelata con farina di tapioca, olio extravergine di oliva e coniglio liofilizzato?
Usare il termine “cibo” mi pare inutile vanagloria.
Del resto il semplice “impasto” per quanto filologicamente corretto, mi pare un filo deteriore.
“pappina” mi ricorda più che altro un buffetto o un gol da fuori area.
Insomma… gli accademici sono riuniti e si conta che presto arriveranno ad una nuova definizione.
Nel frattempo torniamo a noi.
Dicevamo che sabato, in quel di mezzodì, in casa blizzard si procedeva all’amalgama degli improbabili ingredienti.
Personalmente, per deformazione professionale, visto l’informe risultato ho cominciato a chiedermi dopo quanto tempo l’impasto dovesse far presa, ma visto che l’ipotesi di coniglio non sembrava volerne sapere, mi sono apprestato all’ingrato compito.
Già, perché lo saprete tutti che un puffo che s’avvicini per la prima volta in vita sua ad un alimento non-dolce ha, come dire, delle piccole crisi di rigetto.
Insomma… s’incazza come un camallo di fronte ad un piatto di novelle cuisine.
E tutto il parentame giù a raccontare aneddoti tragicomici di eruzioni pappesche, di piccini che sputazzano similconiglio e virtualpollo sui visi ignari dei poveri genitori e, in qualche caso, anche di incolpevoli passanti. Amare storie di verniciatura a spruzzo e di plafoni da reimbiancare.
Perciò, con la calma previdenza dell’ingegnere che è in me, mi sono premunito.
Abiti da lavoro (di quelli che se finiscono in un inceneritore gli fai una cortesia) e grembiulone da cucina modello pornoClerici.
Poi ho provveduto ad immobilizzare il nostro, legandolo proditoriamente ad un seggiolino (ha avuto il suo daffare ad urlare le sue personalissime rimostranze, ma, peccando lui ancora un filo in dialettica e grazie alla mia superiore gestione del pollice opponibile, l’ho avuta vinta abbastanza facilmente).
Quindi, dopo un paio di secondi di meditazione onde ottenere una perfetta concentrazione, mi sono armato dell’impasto, di un astutissimo cucchiaino in silicone e mi sono accinto all’opera non banale di imboccarlo.
Leonardo, ancora un filo imbronciato per la vicenda del seggiolino, mi guardava di sottecchi, studiandomi come un toro studia il torero.
Il primo colp…. ehm… la prima cucchiaiata è arrivata a schiantarsi contro le labbra chiuse, serrate strettamente fino a sbiancare.
Non ha fatto una piega.
Ha atteso che il silicone, sconfitto, si allontanasse lentamente da lui e quindi una piccola lingua rosa ha fatto capolino.
Si è bagnata della piccola stilla rimasta sulle labbra ed è rientrata, al sicuro, come un cavaliere al rientro dalla sortita.
Gli occhi si sono fatti pensosi, mentre si sollevavano al soffitto. Ha soppesato per un attimo la nuova sensazione ed è tornato a guardarmi.
Speranzoso, ho caricato nuovamente il pezzo.
La seconda cucchiaiata è sparita in un baleno, affogata nella piccola, vorace, bocca.
Ed è iniziato il sabbah.
Convintosi evidentemente che, per quanto singolare, quel che gli veniva porto era assimilabile al cibo, il nostro ha spalancato la bocca e cominciato a reclamare a gran voce il suo avere.
Ed io ho cominciato a spalare tutto lo spalabile.
Ma il ritmo di Leonardo è da fordismo duro e puro. Nessuna pausa, nessun ripensamento: il cibo deve affluire continuo e costante.
Roba che, avendo a che fare con un biberon, potrebbe essere anche ragionevole, ma è chiaro ai più che il ritmo della nutrizione a mezzo posate sta a quello a mezzo biberon come il tamburo sta al violino.
E’ un andamento differente, è alternanza di fasi.
E’ carico, volo, scarico, ritirata.
Quattro tempi.
Come un motore a scoppio.
Inefficiente.
Come il motore a scoppio.
E Leonardo si è fatto nidiaceo.
Bocca spalancata e urlante di chi non vede cibo da sempre.
La bocca del cuculo in mezzo ai fratelli adottivi.
Ed io mi sono adoperato per accontentarlo.
Il ritmo carico-volo-scarico-ritirata si è fatto sincopato, mentre mi avvicinavo impercettibilmente a lui per ridurre almeno la durata dei tempi morti.
Nel frattempo, giustamente incazzato (almeno dal suo punto di vista) per l’insostenibile leggerezza dei carichi, il nostro si dava ad escandescenze da diva teatrale.
Le braccina mulinavano nell’aria, con l’unico risultato di sbarrare la via della bocca meglio di un campo minato.
Più volte il cucchiaino, moderno Francesco Baracca, è stato abbattuto in volo. Più volte si è stampato contro una guancia, più volte è stato afferrato e arpionato (subendo anche un tentativo di ingoio, ma è chiaro a tutti che mano + cucchiaino di traverso difficilmente entreranno nella bocca di un neonato).
Insomma… nulla è andato sprecato (a parte la bavaglia che si è trasformata in un pezzo di arte povera da far invidia a Burri).
I 200 ml di impasto sono spariti per sempre. Avviati per gli oscuri cammini che porteranno, di lì a poco ad una nuova tracimazione di merda.
Ma, ahimè, ora la produzione non è più assimilabile allo yogurt.
Del resto la materia prima è mutata.
I lactobacilli acidofilis, e i bifidi marcuzzis guardano increduli transitare il vinilconiglio senza sapere che fare.
E l’infame fermenta.
Fermenta e ribolle nel piccolo intestino generando dal nulla bolle di ziklon b, miasmi solforosi, nubi clorate…
Ma questa è un’altra vicenda e la racconterò in un altro momento.
Se mi riuscirà di sopravvivere al prossimo pannolino…
postato da: tivano alle ore 13:10 | link | commenti
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Lo hanno fatto...

Lo so che le tragedie nella vita sono altre.
So che c'è gente che soffre davvero e che la nostra ora è solo il bruscolino nell'occhio di un orbo.
So che presto si risolverà e che, quel che ci accade, è solo per il suo bene.
Ma ieri lo hanno fatto.
Hanno messo il tutore per l'anca a Leonardo.
Non se ne conosce il motivo, ma pare che la Brianza (che già mi stava poco simpatica prima) abbia, insieme alla foresta nera, il record mondiale di incidenza della displasia dell'anca.
Non è una questione genetica (nè io nè puck siamo "geneticamente" brianzoli) ma una questione ambientale.
E' un problema che riguarda, in Italia, il 2 per mille dei neonati.
In Brianza la percentuale sale a circa l'80 per mille.
I medici dicono che è un prioblema limitato.
E' sufficiente far indossare un tutore al piccolo per qualche settimana.
E poi il bambino è piccolo e neppure se ne ricorderà.
Già.
Ma io non sono piccolo.
Ma è difficile vedere quel piccolo esserino legato con ampie cinghie a tiranti in acciaio inossidabile (perchè poi non li satinano? certo sarebbero un filo più difficili da pulire, ma forse perderebbero un poco della loro adamantina spietatezza. Mi parrebbero forse oggetti più umani. Forse anche la luce vi rimbalzerebbe con meno curda durezza).
Troppo duro è vedere l'energia che solo ora cominciava a fluire in lui, imbrigliata e costretta.
Frenata, impedita.
Non vederlo più scalciare, non potermi più beare della rapidità con cui si rivolgeva sul fasciatoio, per poter tornare a guardarmi in viso.
Leonardo oggi sembra un pollo alla diavola. Bloccato, immobilizzato.
Costretto in una posizione innaturale, come un'albicocca spaccata in due.
Ha urlato il suo disappunto, certo.
Ha raccolto tutte le sue forze e l'ho visto inarcarsi, flettersi. Lottare contro le cinghie e l'acciaio per poter tornare a sgambettare libero. L'ho visto arrossarsi fino allo spasimo, mentre la carne ai bordi delle cinghie sbiancava, privata del sangue.
Ho visto l'acciaio flettersi un attimo e poi tornare glacialmente alla posizione iniziale.
L'avversario stavolta è più forte di lui.
E lui mi ha guardato mentre gli cambiavo il pannolino. Sereno per quei pochi minuti in cui è stato sottratto al suo carnefice.
So che quando gli ho rimesso il tutore, ha preso a piangere solo per il disagio.
Non ha ancora la categoria logica del tradimento. Non dovrebbe, per lo meno.
Ma i suoi occhi, mentre tornavo a stringere le cinghie, urlavano, con voce di martello penumatico, un assordante "babbo, perchè mi fai questo?".
E nel salato delle mie lagrime, ho saputo infine di amarlo.
postato da: tivano alle ore 13:07 | link | commenti
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Professoroni

Ieri, mentre babbo se ne andava a zonzo per la Sardegna, il piccolo LEonardo e la prode mamma puck affrontavano l'ennesima visita pediatrica.
Ennesima perchè pare che i nostri due eroi passino più tempo con la pediatra che in casa. E non perchè Il piccolo abbia qualche problema (a dio piacendo.... è sano come un pesciolino!), ma perchè, da bravi genitori, un minimo di apprensione, per quanto accuratamente diwssimulata, un po' l'abbiamo.
Il bravo babbo, all'ora prevista, chiama la brava mamma e si informa sul responso del nostro aruspice in camice bianco.
-insomma, che mi racconti? com'è andata?
- bene, siamo stati promossi!
(babbo pensa: - iniziamo presto coi voti!)
babbo dice - cioè? che t'ha detto di preciso?
- che è bellissimo!


...



...



-scusa..... ma questa diagnosi per cui, certamente, si sarà dovuto riunire un trust di cervelli..... quanto ci è costata?
Tanto per sapere, eh?
Comunque, amenità a parte, pare che il piccolo cresca benone.
La pediatra è solo preoccupata del fatto che lo vede crescere molto velocemente.
Anche perchè, ha sempre visto Leonardo solo con la madre, e considerato che sono ormai circa alti uguale, la cosa le pareva singolare.
(io avrei curato mamma..... ma questa è un'altra storia!).
Ha provato anche a proporre di ridurre o annullare l'integrazione di latte che gli diamo (Leonardo ciucia sua madre e un altro paio di biberon a botta!), ma in considerazione del fatto che così il piccolo è soddisfatto e felice, sereno e rilassato.... e soprattutto dorme di filato dalle 23 alle 7 del mattino, abbiamo pensato bene di continuare per la nostra strada.
Certo i suoi 6,2 kg a due mesi di età lo fanno somigliare un pochetto ad un piccolo lottatore di sumo. Più che altro per via delle caratteristiche pighe di ciccia sulle cosce. Quelle che, quando lo cospargi di crema, devi aprire con i pollici per poterle ungere e poi tornare a chiudere.
Ma sono cose belle così!
Augh!
postato da: tivano alle ore 13:04 | link | commenti
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Epiche vicende

Il popo cresce e dorme senza crearci troppi problemi.
Ieri deve aver avuto un piccolo problemino di stipsi (lo so che dovrei parlarvi degli splendidi e progressivi contributi che sta dando allo sviluppo del genere umano, ma per il momento le sue energie sono incentrate più sulla concimazione che sulla cultura...).
Dicevo che qualcosa dev'essersi intoppato in lui.
Fatto sta che ha passato una mattinata e un primo pomeriggio realmente fastidiosi.
Non ci riusciva di placarlo, nè a botte di tetta nè con dondolii da imminente naufragio del Titanic.
Allora l'abbiamo insacchettato nel suo marsupio, caricato in petto a babbo e siamo usciti per due passi.
Vuoi il calore di babbo, vuoi lo sciabordio del passo lento e inesorabile, ma l'infante s'è appisolato...
E' stata solo una breve tregua: tornati a casa, al primo vagito, a mò di sordina gli è stata infilata una tetta in bocca.
Il tempo di rilassarsi quel tanto da allentare il controllo sugli sfinteri e il popo è letterlamente esploso.
Un po' come se si fosse aperto nuovamente il mar rosso, come se le cateratte del nilo riversassero a valle istantaneamente un'annata di limo.
Il piccolo è stato invaso, riempito, soverchiato da un'alluvione di merda yogurtosa, che gli ha tracimato fuori dal pannolino, si è inerpicata su per la schiena fino a trovare sfogo dal coppino...
Sinceramente non pensavo che un essere umano potesse contenere sittanto sterco.
Abbiamo lavato lui e bruciato gli abiti (stando molto attenti a non fare confusione).
Dieci minuti dopo, si addormentava sereno e soddisfatto, come chi dal culo avesse prodotto il nuovo verbo...



PS: spero che la vostra colazione sia digerità ormai da buon tempo....
postato da: tivano alle ore 13:02 | link | commenti
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